La scorsa settimana ho analizzato il cedolino paga di un dipendente che è passato nel mio ufficio con un dubbio: si chiedeva se la busta paga fosse corretta, perché il netto era più basso di quello del mese precedente nonostante avesse lavorato di più.
Perché succede? Il motivo sta nel modo in cui si calcolano le tasse sullo stipendio, cioè l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche). L’IRPEF, le detrazioni e i bonus dipendono da quanto guadagni in tutto l’anno. Ma come si fa a saperlo, se l’anno non è ancora finito? Il programma paghe fa una stima molto semplice: prende lo stipendio lordo del mese, lo moltiplica per i mesi che mancano alla fine dell’anno e ci aggiunge quanto hai già guadagnato. Il risultato è il reddito “presunto” e, più ci si avvicina a dicembre, più la stima diventa precisa. A dicembre si fa poi il “conguaglio”, cioè il conteggio esatto delle imposte dell’intero anno.
E allora da dove arrivano questi sbalzi? Se lo stipendio è abbastanza regolare, anche il reddito presunto resta stabile. Ma nel mese in cui fai molti straordinari o ricevi un premio, la stima sale di colpo, come se tu dovessi guadagnare quella cifra tutti i mesi fino a dicembre. Di conseguenza, in quel mese le detrazioni e i bonus si riducono e la tassazione aumenta; spesso il programma ricalcola anche quanto ti aveva riconosciuto nei mesi precedenti e lo recupera tutto insieme. Ecco perché, a volte, il netto risulta addirittura più basso di quello del mese prima. Nei mesi successivi, e comunque con il conguaglio di dicembre, se non ci sono errori di elaborazione, tutto si sistema. Resta però il disagio, o comunque quella brutta sensazione di aver lavorato più ore, sacrificando il tempo libero, per “guadagnare” meno che lavorando il normale orario settimanale.
Sempre parlando di tasse e di netto, spesso mi fanno notare una cosa curiosa. Prendiamo una paga oraria fissa, per esempio 9 euro lordi l’ora: se lavoro poco, magari con un part-time, il netto in busta può arrivare quasi a 10 euro l’ora, cioè più del lordo!
Se invece lavoro a tempo pieno, magari con parecchi straordinari, posso scendere a circa 7,50 euro netti l’ora. Questa differenza dipende dai bonus e dagli sconti fiscali che lo Stato riconosce ai redditi più bassi: chi guadagna poco paga poca o nessuna IRPEF, ma riceve comunque i bonus, che si aggiungono allo stipendio e fanno salire il netto. Facciamo un esempio: un part-time da 700 euro lordi al mese arriva, con la tredicesima, a 9.100 euro lordi l’anno. Tolti i contributi INPS a carico del lavoratore, l’IRPEF è pari a zero e, grazie ai bonus, il netto annuo arriva a circa 10.050 euro: quasi 1.000 euro più del lordo!
Attenzione però: chi guadagna meno di circa 9.000 euro lordi l’anno non ha diritto al trattamento integrativo (i famosi 100 euro al mese), perché la sua imposta è troppo bassa. Per esempio, con un part-time da 650 euro al mese (8.450 euro lordi l’anno) il netto annuo si ferma intorno agli 8.200 euro.
Qui sotto trovi un grafico che mostra, per ogni livello di retribuzione lorda annua, la differenza tra quello che lo Stato ti riconosce con i bonus e quello che paghi di IRPEF. Le barre verdi indicano le fasce in cui ricevi più di quanto paghi: succede fino a circa 18.000 euro lordi l’anno, con il vantaggio più alto tra circa 9.000 e 16.000 euro, dove si aggiunge anche il trattamento integrativo.

Quali sono i bonus a cui ho diritto in busta paga?
Taglio del cuneo fiscale (Legge 207/2024)
Dal 2025 ha preso il posto del vecchio taglio dei contributi ed è valido anche nel 2026. Funziona in due modi, in base al reddito dell’anno. Fino a 20.000 euro ricevi in busta una somma esentasse, calcolata in percentuale sul tuo reddito di lavoro: 7,1% fino a 8.500 euro, 5,3% fino a 15.000 euro e 4,8% fino a 20.000 euro. Tra 20.000 e 40.000 euro hai invece uno sconto sull’IRPEF di 1.000 euro l’anno fino a 32.000 euro, che poi si riduce gradualmente fino ad azzerarsi a 40.000 euro.
Trattamento integrativo (ex “bonus Renzi”)
È un importo fino a 1.200 euro l’anno, cioè circa 100 euro al mese, che spetta a chi ha un reddito fino a 15.000 euro. C’è però una condizione: l’imposta lorda deve essere superiore alla detrazione per lavoro dipendente diminuita di 75 euro. In pratica, sotto circa 9.000 euro lordi l’anno non spetta. Tra 15.000 e 28.000 euro spetta solo in casi particolari, cioè quando le detrazioni (per esempio quelle per i familiari a carico o per alcune spese, come gli interessi su vecchi mutui) superano l’imposta.
Detassazione al 5% degli aumenti contrattuali
Solo per il 2026, gli aumenti di stipendio previsti dai rinnovi dei contratti collettivi nazionali firmati tra il 2024 e il 2026 sono tassati con un’imposta fissa del 5%, invece che con l’IRPEF normale. Spetta ai dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno avuto un reddito da lavoro dipendente fino a 33.000 euro. Sono esclusi gli scatti di anzianità, le una tantum e gli straordinari.
Detassazione al 15% di notturno, festivo e turni
Sempre per il 2026, le maggiorazioni e le indennità per il lavoro notturno, per il lavoro nei giorni festivi e di riposo settimanale e per i turni sono tassate con un’imposta fissa del 15%, fino a 1.500 euro l’anno. Spetta ai dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno avuto un reddito da lavoro dipendente fino a 40.000 euro.
E gli straordinari?
Nel 2026 non esiste una detassazione generale degli straordinari: per la maggior parte dei lavoratori sono tassati con l’IRPEF normale. Ci sono solo alcune eccezioni. Nel turismo, nei bar e ristoranti e negli stabilimenti termali, da gennaio a settembre 2026, chi ha un reddito fino a 40.000 euro riceve un bonus esentasse pari al 15% di quanto guadagnato con il lavoro notturno e con gli straordinari nei giorni festivi. Per gli infermieri delle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate, invece, gli straordinari sono tassati al 5%.
Bonus mamme con tre o più figli
Nel 2026 le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con almeno tre figli, fino a quando il più piccolo compie 18 anni, non pagano i contributi previdenziali a loro carico, fino a 3.000 euro l’anno (250 euro al mese): il risparmio si vede direttamente in busta paga, con un netto più alto. Le mamme lavoratrici che non hanno questo sconto (per esempio con due figli, il più piccolo sotto i 10 anni, oppure con tre figli ma un contratto a termine) possono invece chiedere all’INPS un bonus di 60 euro al mese, se il reddito da lavoro non supera 40.000 euro: questo bonus non arriva in busta paga, ma viene pagato dall’INPS su domanda.
Cosa si deve fare per non sbagliare?
Questa è la parte più delicata. Quando esce una nuova norma sul lavoro, quasi sempre è scritta in modo complicato, con termini difficili e non alla portata di tutti. Secondo me questo non va bene: è giusto che ognuno si interessi delle proprie cose, ma i moduli e i meccanismi di calcolo sono complicati perfino per gli addetti ai lavori. Il mio consiglio, quindi, è di prendersi un po’ di tempo e, se qualcosa non è chiaro, di chiedere aiuto all’ufficio del personale dell’azienda, a un CAF, a un consulente del lavoro o magari a un amico che conosce la materia: spesso un parere in più fa la differenza.
Vi racconto un esempio che fa capire bene di cosa stiamo parlando. Qualche anno fa un mio amico chiese all’azienda di pagargli dei permessi arretrati, perché doveva far fronte ad alcune spese impreviste. L’azienda accettò e gli pagò circa 2.000 euro lordi, che però gli fecero superare il limite di reddito per avere diritto al Bonus Renzi, che allora valeva 80 euro al mese. Risultato: con il conguaglio di fine anno dovette restituire tutto il bonus in un’unica soluzione, cioè 960 euro, e di quei 2.000 euro lordi gli rimasero in tasca solo poche centinaia di euro. Con un consiglio chiesto prima, si sarebbe potuto valutare insieme all’azienda il modo e il momento migliore per quel pagamento.
Questo per dire che non si deve mai guardare solo alla cifra che entra oggi in busta paga, ma a quello che resta davvero in tasca a fine anno: in materia di stipendio, una domanda fatta prima vale più di mille spiegazioni chieste dopo.
Informazioni aggiornate a ottobre 2026. I calcoli sono indicativi e riferiti a un dipendente senza familiari a carico; questo articolo ha finalità puramente informative e non sostituisce una consulenza sulla propria situazione.
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